La storia del cinema, fin dai tempi di INTOLLERANCE di Griffith e METROPOLIS di Fritz Lang, è piena di film tanto grandiosi da: o non poter essere realizzati ( Welles, Jodorowsky, Gillian, Fellini, Leone... ne sanno qualcosa), oppure, se realizzati, incompresi per lungo tempo tanto dal pubblico quanto dalla critica; si pensi -ad esempio- a CLEOPATRA di C.B.De Mille, I CANCELLI DEL CIELO di Michael Cimino, PIRATI di Roman Polanski, UN SOGNO LUNGO UN GIORNO di F.F.Coppola, THE THING di John Carpenter, BRAZIL di Terry Gillian, DUNE di David Lynch (prima di lui ci avevano provato, senza riuscirci, A.Jodorowsky e R.Scott), o gli italiani CABIRIA di Gabriele D'Annunzio, CRISTO PROIBITO di Curzio Malaparte, LUDWIG di Luchino Visconti, IL COLOSSO DI RODI di Sergio Leone, OCCHIO PINOCCHIO di Francesco Nuti, JOAN LUI di Adriano Celentano, JACKPOT di Mario Orfini...
THE CHRONICLES OF RIDDICK, mastodontico kolossal dai set più grandi mai concepiti (nonostante il digitale già ampiamente in uso), appartiene a questa categoria. La cosa buffa (se non fosse tragica) è che si tratta del sequel di un piccolo film a basso costo, PITCH BLACK, il cui meritato ma inaspettato successo fu tale da indurre la Universal (forte anche dei suoi LA MUMMIA) ad investire cifre da capogiro e ad impiegare i migliori talenti sulla piazza in quello che, intenzionalmente, doveva essere un nuovo franchise da contrapporre alla trilogia di LORD OF THE RINGS, HARRY POTTER e ai prequel di STAR WARS.
Inoltre, la Universal, per potenziarne la penetrazione, gli affiancò il cartone animato home video RIDDICK: DARK FURY e il videogioco RIDDICK: ESCAPE FROM BUTCHER BAY.
Il risultato finale di tutta l'operazione, film compreso, rasentò talmente il flop da far cancellare ogni ipotesi del franchise di cui sopra. Perchè, viene spontaneo chiedersi?
Eppure sulla carta il successo pareva assicurato. Troppo sulla carta, forse. Il vero difetto di THE CHRONICLES OF RIDDICK è per l'appunto la freddezza tipica del prodotto studiato a tavolino, la mancanza assoluta di anima e cuore: "La grandeur di una Hollywood postclip, inebriata di postmontaggio e di vertigine declamatoria del risceneggiarsi", come scrisse Enrico Ghezzi.
Ma è davvero tutto da buttare? Niente affatto: il décor, e in generale tutto l'apparato visivo, si impone non solo per spettacolarità ma anche e sopratutto per originalità, e se il villain, un Colm Feore che offre una prestazione da filodrammatica di paese, manca totalmente di appeal, lo stesso non può dirsi del protagonista, un magnetico Vin Diesel dal fascino laconico e degli altri interpreti: Judi Dench, Alexa Donalds, Thandie Newton e Karl Urban, tutti perfettamente "ambigui" fino alla fine. Peccato che la barcollante sceneggiatura, da un lato ambiziosa e dall'altro caotica e prevedibile, la regia fracassona e il montaggio inutilmente ipercinetico, invalidino di fatto ogni qualità, perfino quelle meno "intrinseche". Soltanto gli ultimissimi minuti regalano qualche sussulto; ricordo lontano di un'epica cinematografica irripetibile: Ford, Kurosawa, Milius...
Voto: !!!
curatella
a cura di Alessandro De Bei e Massimo Perissinotto
mercoledì 20 febbraio 2013
2004: THE CHRONICLES OF RIDDICK di David Twory
La storia del cinema, fin dai tempi di INTOLLERANCE di Griffith e METROPOLIS di Fritz Lang, è piena di film tanto grandiosi da: o non poter essere realizzati ( Welles, Jodorowsky, Gillian, Fellini, Leone... ne sanno qualcosa), oppure, se realizzati, incompresi per lungo tempo tanto dal pubblico quanto dalla critica; si pensi -ad esempio- a CLEOPATRA di C.B.De Mille, I CANCELLI DEL CIELO di Michael Cimino, PIRATI di Roman Polanski, UN SOGNO LUNGO UN GIORNO di F.F.Coppola, THE THING di John Carpenter, BRAZIL di Terry Gillian, DUNE di David Lynch (prima di lui ci avevano provato, senza riuscirci, A.Jodorowsky e R.Scott), o gli italiani CABIRIA di Gabriele D'Annunzio, CRISTO PROIBITO di Curzio Malaparte, LUDWIG di Luchino Visconti, IL COLOSSO DI RODI di Sergio Leone, OCCHIO PINOCCHIO di Francesco Nuti, JOAN LUI di Adriano Celentano, JACKPOT di Mario Orfini...
THE CHRONICLES OF RIDDICK, mastodontico kolossal dai set più grandi mai concepiti (nonostante il digitale già ampiamente in uso), appartiene a questa categoria. La cosa buffa (se non fosse tragica) è che si tratta del sequel di un piccolo film a basso costo, PITCH BLACK, il cui meritato ma inaspettato successo fu tale da indurre la Universal (forte anche dei suoi LA MUMMIA) ad investire cifre da capogiro e ad impiegare i migliori talenti sulla piazza in quello che, intenzionalmente, doveva essere un nuovo franchise da contrapporre alla trilogia di LORD OF THE RINGS, HARRY POTTER e ai prequel di STAR WARS.
Inoltre, la Universal, per potenziarne la penetrazione, gli affiancò il cartone animato home video RIDDICK: DARK FURY e il videogioco RIDDICK: ESCAPE FROM BUTCHER BAY.
Il risultato finale di tutta l'operazione, film compreso, rasentò talmente il flop da far cancellare ogni ipotesi del franchise di cui sopra. Perchè, viene spontaneo chiedersi?
Eppure sulla carta il successo pareva assicurato. Troppo sulla carta, forse. Il vero difetto di THE CHRONICLES OF RIDDICK è per l'appunto la freddezza tipica del prodotto studiato a tavolino, la mancanza assoluta di anima e cuore: "La grandeur di una Hollywood postclip, inebriata di postmontaggio e di vertigine declamatoria del risceneggiarsi", come scrisse Enrico Ghezzi.
Ma è davvero tutto da buttare? Niente affatto: il décor, e in generale tutto l'apparato visivo, si impone non solo per spettacolarità ma anche e sopratutto per originalità, e se il villain, un Colm Feore che offre una prestazione da filodrammatica di paese, manca totalmente di appeal, lo stesso non può dirsi del protagonista, un magnetico Vin Diesel dal fascino laconico e degli altri interpreti: Judi Dench, Alexa Donalds, Thandie Newton e Karl Urban, tutti perfettamente "ambigui" fino alla fine. Peccato che la barcollante sceneggiatura, da un lato ambiziosa e dall'altro caotica e prevedibile, la regia fracassona e il montaggio inutilmente ipercinetico, invalidino di fatto ogni qualità, perfino quelle meno "intrinseche". Soltanto gli ultimissimi minuti regalano qualche sussulto; ricordo lontano di un'epica cinematografica irripetibile: Ford, Kurosawa, Milius...
Voto: !!!
lunedì 18 febbraio 2013
1987: LE FOTO DI GIOIA di Lamberto Bava
"Lamberto Bava, figlio degenere del grande Mario".
Sono parole scritte di mio pugno per un articolo pubblicato 13 anni orsono e che ancora circola in rete. Parole che oggi rinnego (solo gli imbecilli non cambiano mai idea).
Lamberto Bava era ed è un vero cineasta!
LE FOTO DI GIOIA, pur non possedendo il furore virtuosistico dei due DèMONI, lo stile maturo e la profondità di MISTERIA (BODY PUZZLE), è comunque da annoverarsi tra le prove cinematografiche più riuscite ed originali di Bava jr, anche in virtù dell'inedita ambientazione: il dietro le quinte (e il sottobosco) delle riviste soft porno italiane tanto in voga negli anni 80. Bava jr, "quasi" fellinianamente, trova anche lo spazio nell'economia del racconto per celebrare in una lunga e bella sequenza gli ultimi spasmi di una cinecittà ancora palpittante di sogni fanciulleschi, indaffarata in grandi produzioni fantasy, fantascientifiche e horror (autocitazione da Dèmoni).
Serena Grandi, giunonica e burrosa -simbolo di un erotismo casareccio tutto italiano- è più che mai perfetta nel ruolo di ex pornostar, ora ereditiera perseguitata da un "fantasioso" serial killer. Le veterane Capucine e Daria Nicolodi e i veterani George Eastman e David Brandon, nonchè uno stuolo di giovani starlettine destinate a breve ed effimera carriera, fungono da contorno e in qualche caso da carne da macello.
La regia, elettrica e fluida, inscena delitti psichedelici in soggettiva, dalla quale si apprende la visione distorta dell'omicida, che vede in tutte le donne orribili mostri.
Giallo solo apparentemente lineare, in realtà abilmente "costruito" -quasi impossibile indovinare l'assassino!- dagli specialisti Martino/Clerici/Stroppia.
Le scenografie di Antonello Geleng (La chiesa, Il Fantasma dell'Opera, La terza madre...), le musiche di Simon Boswell (Hardware, Dust Devil, Lord of illusion...), la fotografia di Gianlorenzo Battaglia (Dèmoni 1 e 2, Barbarians, Witchcraft...) e una "certa" ricchezza produttiva, contribuiscono alla tenuta nel tempo di questo "psychotronico" trilling italiano tutto anni 80.
Voto: !!!!
mercoledì 13 febbraio 2013
2010: CARIBBEAN BASTERDS di Enzo G. Castellari
"Enzo G. Castellari è uno dei più grandi registi viventi". Non lo dico io, ma cineasti del calibro di Quentin Tarantino, Michael Cimino, John Milius, Walter Hill, Michael Mann, John Woo... Certo che questo suo ultimo piccolo film, girato in digitale, pensato per l'home video e solo successivamente sviluppato per il grande schermo, non può competere con i suoi capolavori "storicizzati": IL GRANDE RACKET, IL CITTADINO SI RIBELLA, TUAREG, QUEL MALEDETTO TRENO BLINDATO, KEOMA (nati e cresciuti in un ben altro humus culturale e produttivo, quello degli anni 70 e 80), o all'immenso e sottavalutato JONATHAN DEGLI ORSI (1994), ma è comunque una testimonianza più che fiammeggiante dell'indomabile (è proprio il caso di sottolinearlo) talento di Castellari, qui alla regia dopo una pausa forzata di ben 17 anni!
Girato alla veneranda età di 75 anni, CARIBBEAN BASTERDS sembra diretto da un giovane filmker, nell'accezione più positiva del termine, tanto è un film vigoroso, fresco e genuinamente trasgressivo. Stilisticamente molto più al passo coi tempi rispetto alla quasi totalità dei suoi colleghi italiani in attività, questo scapigliatissimo e "shakespeariano" Arancia Meccanica ai Caraibi, ammantato di eros e odorante di cordite, vanta notevoli giovani interpreti, tra cui -oltre agli atletici Vik.C Ryan e Maximiliano Hernando Bruno- la bella, brava e intelligente Eleonora (Sugar Barbarella) Albrecht. Grande attenzione, come sempre, al montaggio e alla musica.
Voto: !!!!
domenica 10 febbraio 2013
2005: NECROMANCER di Pyapan Choopetch

Nuovo cinema thailandese: estremo, barocco, iperbolico...più di quello russo (penso a I GUARDIANI DEL GIORNO), giapponese, coreano e cinese; dove ogni mezzo tecnico, effeti speciali compresi, viene impiegato senza parsimonia e con sprezzo del ridicolo.
Questo sul piano formale.
Sul piano contenutistico: un disastro.
Trama puerile, sceneggiatura lacunosa, personaggi inesistenti, dialoghi infantili...su quello puramente estetico il giudizio è più difficile: da una parte una forte connatazione locale e folkloristica lo rende estremamente interesante e piacevole ( e in qualche modo "inedito" ); dall'altra una concezione dell'intrattenimento da sterile blockbuster hollywoodiano.
Il risultato è una macchina tritageneri: thriller, fantasy, action, horror, poliziesco, noir...la cui somma degli ingredienti, però, azzera il sapore della fin troppo speziata pietanza.
Resta solo la, comunque non del tutto magra, consolazione di aver assistito ad uno spettacolo inconsueto, fuori dal comune, che di certo non si vede tutti i giorni.
Voto !!!
giovedì 7 febbraio 2013
1949: OSSESSIONE, VENDICO IL TUO PECCATO di Edward Dmytryk
Il secondo film inglese di Edward Dmytryk, dopo la cacciata dai piani alti di Hollywood per sospette attività antiamericane, consolida la sua fama di autore controcorrente.
Dmytryk, che vivrà a lungo e realizzerà un capolavoro dopo l'altro, è stato con Fritz Lang, Orson Welles e Alfred Hitchcock, tra i più grandi cineasti dell'età dell'oro. Tra i suoi capisaldi, per esempio, ANIME SPORCHE del 1962 (contenuto come bonus nel dvd di OSSESSIONE, VENDICO IL TUO PECCATO), scritto nientemeno che da John Fante come risposta "liberal" a LA VALLE DELL'EDEN di Elia Kazan. ANIME SPORCHE è una riletura in chiave noir/femminista della parabola biblica di Osea e Gomer, ambientata per l'occasione in una piccola provincia rurale sul finire della grande depressione, e con un impareggiabile cast al femminile: Jane Fonda, Capucine, Anne Baxter, Capucine, Joanna Moore, Barbara Stanwyck.
Tornando a OSSESSIONE, VENDICO IL TUO PECCATO, tratto da una pièce teatrale di Alec Coppel, anche sceneggiatore, la chiave di lettura e sempre il più totale anticonformismo, in quanto trattasi di un noir che scardina tutte le convenzioni del genere, reinventandolo.
Perfetta, come in tutti i film di Dmytryk, per alchimia e affiatamento, la coppia: Robert Newton e Sally Gray (che per intensità sembra quasi anticipare quella del suo ultimo film, SHALAKO, con Sean Connery e Brigitte Bardot).
Impeccabile tutto il resto, dalla fotografia espressionista alla colonna sonora curiosamente firmata da Nino Rota. Un film di quelli che non si possono raccontare, ma soltanto vedere.
VOTO: !!!!!
lunedì 4 febbraio 2013
FLIGHT di Robert Zemeckis
Robert Zemeckis ha una carriera di tutto rispetto alle spalle, altrettanto se non forse di più Denzel Washington... FLIGHT, segna però una battuta d'arresto per entrambi. Non un bruttissimo film, intendiamoci, ma completamento sbagliato.
Così sbagliato che alla fine del percorso di disintossicazione del protagonista, anzichè commuoverci al suo retoricissimo e bacia pile sermone finale con musichetta orribile in sottofondo e ai suoi rapporti ritrovati nell'assurda pena da scontare, viene invece voglia di correre immediatamente a sballarsi di brutto al primo bar fuori dal cinema, magari ascoltando in loop e a tutto volume Simphaty for the devil dei Rolling Stones.
VOTO: !!
sabato 2 febbraio 2013
2004: AUTOREVERSE (NI POUR NI CONTRE) di Cédric Klapish
Film come AUTOREVERSE, li facevamo anche noi italiani negli anni 70, penso a MILANO ODIA e a LA BANDA DEL GOBBO, entrambi di Umberto Lenzi e con Tomas Milian mattatore. Ora, film così non li facciamo più, li fanno i francesi...però peggio.
AUTOREVERSE, infatti, è patinato, perfettino, modaiolo, in una parola: estetizzante.
La banda di malavitosi tunisini è fighett(in)a, quando non insopportabilmente macchiettistica: dal coreografo di un Crazy Horse in miniatura al kebabbaro che sfrutta la sua seconda moglie francese, dal capo della banda che sembra Fabrizio Corona alla mascotte, Loulou, fanciullino "pascoliano" col mitra.
La sceneggiatura è un corollario di ovvietà, nulla ci viene risparmiato: dalla rapina "perfetta" che va in malora all'educazione criminale di una giovana, bella e bianca, borghesuccia francese, che dal primo istante sappiamo destinata a fregarli tutti.
Film così li facevamo anche noi negli anni 70... Molto meglio però!
VOTO: !!
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